Francesco Clemente

24 febbraio – 30 aprile 2006
a cura di Paolo Colombo
MAXXI, Edificio D

Al MAXXI, Iran do Espírito Santo presenta una serie di lavori recenti, che rappresentano in maniera esauriente le linee della sua ricerca. Il percorso della mostra inizia all’esterno delle sale a lui dedicate, con una pittura murale che attraverso una geometria semplice e ripetitiva, esplora la scala del grigio. L’opera, che delimita il campo della parete di fronte all’ingresso delle sue sale, anticipa e definisce, come una chiave musicale, il tema della sua esposizione: la visibilità pura e la definizione della forma nello spazio.

La prima sala della mostra propone una serie di dodici latte e lattine, ognuna di diverse dimensioni, ottenute dalla perfetta torniatura di un cerchio di acciaio inossidabile. Queste sculture dalle forme cilindriche di uso quotidiano e dalle dimensioni “probabili”, si presentano come oggetti la cui perfezione formale esclude a priori ogni intento naturalista o descrittivo nel lavoro dell’artista. E così è per tutte le altre opere in acciaio in mostra (Candle, 1999; Naked Light, 2002) ma anche per i quattordici disegni a pennarello che compongono la serie CRNT, 2005, in cui righe perfettamente dritte e identiche tra loro si susseguono prima marcate poi sempre più flebili, finché il colore non si esaurisce. Questi disegni, facilmente leggibili come una copertura, un filtro della luce di una finestra, la finestra del foglio, troveranno il loro inverso proporzionale nelle grandi sculture in vetro come Restless 25, 2005 e Untitled (Unfolded), 2004 che al contrario, permettono la trasparenza perfetta dell’oggetto. Tra le sculture in mostra, è emblematica delle questioni che pone l’artista sulla visibilità, sullo sguardo e sulla sostanza di un’opera d’arte, l’opera Untitled (Keyhole), 2002, un oggetto in basalto nero, semiconico sormontato da una sfera: la forma impenetrabile del vuoto creato dal buco di una serratura.

Secondo do Espírito Santo, la mente dell’uomo possiede la facoltà di intuire la realtà ancor prima di averne avuta un’articolata percezione sensoria. La supremazia che l’artista attribuisce alla mente e all’idee che la animano nasce dal suo studio sulla percezione della forma, e approda a una ferma fiducia sulla capacità della coscienza di affermare il pensiero, e dunque stabilire ordine e armonia nel caos.