Guidi, Guido

Attraverso lo sguardo di Guido Guidi (Cesena, 1941) l’aspetto visibile della realtà si svela per indizi parziali, solo apparentemente poco significativi.
Tra i maestri di quel rinnovamento della tradizione fotografica italiana che, a partire dagli anni ’80, ha posto come centro d’indagine il paesaggio – scardinandone ogni visione precostituita – Guidi ha sviluppato una personale e complessa ricerca che, dall’analisi del paesaggio post-industriale, approda alla consapevolezza che quello contemporaneo è uno scenario complesso, che non si manifesta più per categorie rassicuranti (città-campagna; naturale-costruito; bello-brutto), ma si frammenta in un’infinità di segni di difficile definizione. A fronte di tale complessità, il lavoro di Guidi sembra voler indicare non tanto una risposta per la sua comprensione, quanto piuttosto proporre un atteggiamento: quello dell’ascolto. Un ascolto imparziale, che si traduce per il fotografo nell’ampliare il campo del fotografabile, mettendo a fuoco oggetti, tracce o luoghi interstiziali che la contemporaneità produce, per registrare ciò che, sommessamente, questi infiniti segni possono suggerire, rivelando aspetti della realtà – anche marginali ma ciononostante costitutivi – che sfuggono al nostro sguardo cosciente.
E questa attitudine di ascolto paziente, si traduce coerentemente in Guidi in un linguaggio per nulla altisonante, fatto di immagini che sono all’opposto della spettacolarità, poeticamente minimali, che invitano a porsi sulla stessa discreta, silente e rispettosa lunghezza d’onda.