intervista a Mario Manieri Elia
   

Margherita Guccione: Dove va l'architettura in Italia, oggi?

Mario Manieri Elia: Nell'avviare un bilancio sull'architettura attuale in Italia, sembra d'obbligo assumere un tono abbastanza mesto,
pur nella complessità contraddittoria delle risposto. Penso si possa partire da due postulati:
- la perdita ormai storica di ‘centralità' della progettazione architettonica italiana nel mondo;
- la perdita di ‘centralità' della progettazione architettonica in Italia.

Il primo postulato necessità di alcune integrazioni che ne limitano la negatività. Infatti, la valutazione pessimistica sull'oggi rispetto alle glorie
del passato riguarda soprattutto la progettazione del nuovo; ma se questa appare non prospera, ciò è in parte motivato da un dato
che negativo non è; anzi, è altamente positivo: quello di un'invadenza della storia culturale italiana che, per la sua eccellenza, ha intimidito
e continua a mettere in difficoltà la progettazione, costretta a un confronto contestuale assai arduo e soggetta alla pervasività
del potere interdittivo degli Organi di Tutela, tanto da sentirsi libera solo nei contesti meno qualificati delle periferie.
Da questa situazione, però, discende un altro dato che va considerato anche nella sua positività. L'elevata qualità storica dell'insediamento
ha portato, in generale, ad un affinamento delle sensibilità e degli strumenti critici e tecnici negli interventi di recupero e di restauro. E questa
è una supremazia italiana che presuppone una interlocuzione alta e un altissimo livello di complessità contestuale degli interventi, una
situazione, appunto, di tipo ‘italiano' con poco mercato all'estero. Inoltre è una ‘virtù ipertrofica', per dirla con Nietzsche, che può indurre
a un approccio progettuale rivolto cautelativamente all'indietro, piuttosto che, come il progetto in quanto tale dovrebbe, lanciarsi in avanti.
Tra un'ingombrate storia e un insidiosa prospettiva di mondializzazione, il varco lasciato alla soggettività della progettazione appare stretto,
oggi, per tutti. In Italia, i maestri over seventy non polarizzano che occasionalmente l'attenzione dei giovani: vivono intelligentemente
di rendita ancorati alle ambizioni di egemonia ormai logore del dopoguerra, sperando in recuperi destinati alla residualità. La generazione
di mezzo combatte, con le ansie di sempre, sui due fronti concorrenziali degli anziani e dei giovani. Questi ultimi tentano, ormai con
convinzione, la ricerca linguistica di matrice informatica, la quale, nell'alternativa tra la storia e la mondializzazione, ha un percorso
obbligato. D'altronde è possibile mondializzare la storia? E storicizzare la mondializzazione?

M.G. : Come definire le peculiarità di questa ricerca? E, in questo quadro, non si può prefigurare una nuova idea di contesto?

M. M. E.: Ciò che di nuovo e di positivo sta emergendo forse in Italia non concerne tanto la soggettività della ricerca progettuale
o l'autoreferenzialità del progetto, quanto, se mai, il contrario.
In un presente proiettato verso la mondializzazione e condizionato dall'imprevedibilità del divenire, che stenta ad essere percepito come
suscettibile di un futuro confrontabile con il valore del passato, sembra naturale che, per non sporgersi nel vuoto con la gestualità
dell'improvvisazione, si cerchi di ritornare alle stampelle dello spazio e del tempo: in una parola, di rifondersi sulla contestualità.
Questo implica una crescita smisurata degli aspetti relazionali del progetto, una grande attenzione ai rapporti di scala, ai nessi di contesto,
alle concatenazioni evolutive, alle previsioni causa/effetto e costi/benefici, alle verifiche d'impatto, ai controlli intersoggettivi.
Vale a dire alla collettivizzazione del progetto, inteso come proposizione processuale e programma d'iter decisionale. La progettazione
diretta lascia così il passo a quella indiretta e quest'ultima presuppone l'egemonia della gestione collettiva sull'autonomia del momento tecnico.
In Italia, una simile metamorfosi disciplinare, che pone la progettazione creativa a un livello tutt'altro che infimo, anzi, a livello di un reale
governo delle scelte, è già, in molti luoghi, in atto. È una evoluzione su cui sarà bene spostare i nostri sguardi più attenti
e che porta in primo piano l'operatività degli Enti pubblici e, particolarmente, di quelli locali.

M.G. : Quale ruolo può svolgere la DARC?

M. M. E.: Al di là di ciò che, meritoriamente, la DARC sta già facendo – rapporti con l'Università e con i Corsi post-laurea (Come le ricerche
sull'architettura dal 1945 ad oggi, promosse in collaborazione con diverse Università, le mostre-convegni (dalla “Città architettura edilizia
Pubblica. Il Piano INA Casa 1949-1963”, all'ultima dedicata ad Alessandro Anselmi), io la vedo svilupparsi in un'azione di informazione-
incentivazione-coordinamento all'interno di una ‘cultura del progetto' conscia delle proprie potenzialità, responsabilità e diritti; una promozione
della progettualità collettiva, intesa come alveo intersettoriale e dinamico capace di organizzare produttivamente anche la ‘tutela',
evitandone i vincoli passivi e salvaguardando, con i valori storici, anche l'innovazione e la creatività soggettiva e intersoggettiva.

Roma, Studio Manieri Elia, febbraio 2004